Maurizio Costanzo

“La lettera a Maurizio Costanzo” è stata per anni un canale di comunicazione per il pubblico televisivo, il modo di portare alla luce i propri problemi o il proprio pensiero. Una sorta di Facebook ante litteram: alla missiva al più popolare giornalista della nostra televisione si affidavano sfoghi, tristezze, felicità, proteste, considerazioni. Su questo unico e irripetibile rapporto con il pubblico Costanzo ha costruito una parte importante della sua carriera, unitamente alla capacità di scovare volti nuovi dalla politica alla cultura e a una sensibilità verso l’attualità che pochi altri comunicatori sono riusciti ad avere. Chiedere a Maurizio Costanzo di parlare di corrispondenza, del ruolo sociale di Poste Italiane e dei portalettere, è come aprire una finestra storica e sociologica dove le risposte sono precise e calzanti, dove ogni analisi ha quella lucidità tipica di chi ha una perfetta comprensione del presente e una dettagliata conoscenza del passato. In questa intervista a Poste News, ritrae alla perfezione la relazione tra cittadino e postino, definendolo in modo illuminante “un legame con la vita e con la realtà”.

Maurizio Costanzo, anni fa lei fu tra gli ideatori di un progetto di Poste dove si invitavano gli studenti, nell’era di email e sms, a conservare la tradizione della lettera scritta. E ancora dovevano affermarsi i social network e gli smartphone. Quanto conta ora mantenere un rapporto con la scrittura?
“I social si evolvono troppo rapidamente, credo sia impossibile arginarne l’effetto: i giovani si conoscono, si amano, comunicano attraverso quei canali. Andrebbe ricordato come la lettera scritta abbia una riservatezza che nessun social potrà mai dare. Se si vuol dire qualcosa di estremamente privato, conviene scrivere una lettera. È però un messaggio privato che appartiene a pochi ormai: a me, ad esempio, che non frequento i social, ma ancora scrivo lettere e ne ricevo”.

C’è una lettera che, in qualche modo, le ha cambiato la vita?
“Probabilmente quella di quando ho avuto il mio primo contratto di lavoro a vent’anni. Da lì è cominciata una fase importante della mia vita”.

La figura del postino è un classico nel cinema e nella letteratura di ogni tempo, dall’antica Grecia a oggi. Che ricordo la lega all’immagine del portalettere?
“Un ricordo molto lieto di quando aspettavo lettere da una ragazza che mi piaceva e che non viveva a Roma. Sapevo che alle 10 arrivava il postino e lo aspettavo al portone: era un momento felice, carico di emozione. Ho il ricordo di un messaggero di cose interessanti, per conto mio”.

In tempi di rivoluzione tecnologica, Poste Italiane è riuscita ad aprirsi all’innovazione senza lasciare indietro nessuno, mantenendo anzi un legame forte con la gente e con il territorio. Vede anche lei una funzione sociale in chi si occupa di gestire e consegnare la posta?
“Sì, certamente. E anche molto importante. Come dicevo, so bene che i social di qui a qualche tempo faranno fuori qualsiasi altro tipo di comunicazione. Ma c’è anche chi non sta sui social e aspetta ancora il postino. Che, fra l’altro, può sì portare le bollette ma anche la pensione o una bella notizia. O una negativa. Quello con il portalettere è un legame con la vita, un legame con la realtà che non bisogna perdere mai”.

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