“Quando facevo i programmi alla radio e alla televisione, i fan scrivevano le lettere. Ma tante lettere. Cassapanche intere. Con il tempo, credo di averne rimosse una buona parte. Altre le ho conservate per documentare quella fase storica. Ogni giorno, alla Rai, arrivava un sacco di posta. Il gradimento di una trasmissione si poteva misurare anche così: dalla quantità di corrispondenza in arrivo”. Circoscrivere la carriera di Renzo Arbore in una definizione è impossibile. Ha fatto di tutto: cantautore, disc jockey, clarinettista, showman, autore televisivo, attore, sceneggiatore, regista, compositore, scrittore, giornalista. Il fil rouge che unisce tutte queste carriere è il successo. Il consenso del pubblico. Che, ai tempi di “Alto gradimento” o “Indietro tutta”, viaggiava in busta chiusa con affrancatura semplice: “Oggi si comunica con le mail, con i social network. Quando facevo la radio con Gianni Boncompagni, ci scrivevano per posta. I ragazzi, le ragazze. I matti. Ma anche i professori, gli intellettuali. In alcuni casi erano missive di complimenti, altre volte c’erano dei suggerimenti”.

E lei rispondeva?
“Scrivevo anch’io, certo. Ma le mie lettere erano anche indirizzate alle fidanzate, ai miei genitori. Ed era una cosa straordinaria, bellissima”.

Meglio l’era analogica o quella digitale?
“Che domanda difficile… risponderei fifty-fifty. Con la tecnologia, il digitale, i cellulari, le comunicazioni sono più rapide e questo è un bel vantaggio. Noi faticavamo moltissimo. E trova la carta. Cerca la penna. Compra la cartolina, il francobollo… Però la riflessione che poteva essere scritta su un foglio di carta era certamente più utile e poetica. Ancora oggi gli epistolari del passato sono materiale prezioso per gli storici. Attraverso le lettere si parlava molto di più. Questa è l’era del messaggio breve, in tutti i sensi”.

Partiamo dalle origini della sua carriera
“Sono stato il primo disk jockey. All’epoca non esistevano le radio private, c’era solo la Rai, dove entrai per concorso. Selezionavamo la musica da diffondere. Scoprivamo e lanciavamo dischi nuovi. Americani, inglesi, italiani. I Rolling Stones, i Beatles, Lucio Battisti, Vasco Rossi, Pino Daniele: siamo stati noi i primi a proporli”.

Poi dal lanciare i dischi è passato a inciderli.
“Vero. Nel frattempo il mestiere di dj era cambiato, allora decisi di tornare in campo facendo il musicista. In questa veste credo di aver fatto cose importanti”.

Quali sono i successi ai quali è più affezionato?
“Mi attribuisco il merito di aver rilanciato la musica umoristica”.

Come “Il Clarinetto”.
“Il genere era in sonno dai tempi di Carosone, nessuno si era più cimentato. Portai quel pezzo al festival di Sanremo e fu un successo”.

Lei ha origini pugliesi. Come nasce la passione per la musica napoletana?
“Sono nato a Foggia, ma la mia famiglia ha origini napoletane. Mia madre era una Cafiero, mio padre si è laureato e ha fatto il suo mestiere di dentista. Noi famiglie antiche, pur vivendo in Puglia, venivamo a svernare all’ombra del Vesuvio. C’era il mare e il clima mite. In ogni caso, tutti amano la canzone napoletana non solo chi è nato in quella città. È come dire il jazz: non bisogna essere cresciuti per forza a New Orleans per apprezzarlo, capirlo e suonarlo”.

Negli anni ha anche girato il mondo con l’Orchestra Italiana
“Conservo ricordi di emozioni profondissime. Soprattutto in paesi come Argentina, Brasile, Australia dove ci sono comunità italiane molto legate alle proprie radici. E non parlo solo di quelli emigrati dal Sud Italia. Ho visto tanti triestini e veneti apprezzare le melodie senza capire le parole. La melodia napoletana è la più bella del mondo”.

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