Il manoscritto originale della Canzone del Piave

Un significativo contributo alla musica napoletana moderna e allo spirito nazionale lo ha senz’altro offerto Giovanni Ermete Gaeta (1884-1961), passato alla storia con lo pseudonimo di E. A. Mario. Gaeta nacque a Napoli da famiglia modesta. Si impiegò giovanissimo alle Poste a Napoli, dove prestò servizio per molti anni a Palazzo Gravina, già sede di lavoro di Matilde Serao. Il lavoro allo sportello vaglia e raccomandate non gli impedì di coltivare l’amore per la musica e la poesia. Fu amico e discepolo del commediografo Eduardo Scarpetta e dalla sua fertile ispirazione sono nate più di duemila canzoni, alcune delle quali autentiche “hit” dell’epoca come “Balocchi e Profumi” (1929), cantata tra gli altri da Luciano Tajoli e anche da Vittorio De Sica, “Vipera” (1919), per la voce della leggendaria Anna Fougez, e nello stesso anno l’inno struggente dell’emigrazione “Santa Lucia luntana”, fino alla abrasiva “Tammurriata nera” (1946), affresco ironico e amaro della Napoli post-bellica, riproposta poi negli anni Settanta dalla Nuova compagnia di canto popolare.

I versi sono conservati nel Museo delle Poste

Uomo versatile e fantasioso fu anche fervente patriota e compose la “Canzone di trincea” che fece stampare a sue spese in migliaia di copie da distribuire fra i soldati. Ma a farlo entrare nella storia della canzone italiana, e soprattutto nella memoria degli italiani, fu “La canzone del Piave”, detta anche “Leggenda del Piave”, composta, nella stesura definitiva, nel novembre del 1918. L’averla scritta su moduli dell’Amministrazione delle Poste gli sarebbe costato un richiamo formale. Pervaso da orgoglio nazionale e desiderio di riscatto, il brano accompagnò l’esercito italiano dalla disfatta all’ingresso trionfale a Vittorio Veneto, tant’è che il Generale Armando Diaz inviò all’autore un telegramma in cui lo ringraziava per la canzone, capace di risollevare il morale delle truppe più di quanto non avesse fatto lui stesso dirigendo le operazioni militari. I versi vennero scritti sui fogli dell’Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi che ancora si conservano gelosamente tra i cimeli del museo delle Poste a Roma. Nel 1922 E. A. Mario venne insignito da Vittorio Emanuele III con la Commenda della Corona per il valore artistico e identitario della canzone. Tra il 1946 e il 1947, prima della proclamazione della Repubblica, “La canzone del Piave” fu adottata come inno nazionale provvisorio.

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