Lettere nella storia: le parole di Papa Francesco al popolo ucraino

Sono più di 100 gli interventi piccoli e grandi di Papa Francesco sulla guerra in Ucraina. Alcuni solenni e autorevoli, per la pace, rivolti alle istanze politiche internazionali. Ma nessuno si può paragonare per intensità e umanità alla sua Lettera al popolo ucraino a nove mesi dallo scoppio della guerra, firmata il 24 novembre scorso. “Cari fratelli e sorelle ucraini!” è l’attacco della missiva che si conclude con parole di fede e vicinanza: “Io sono con voi, prego per voi e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca”.

Le lettere pubbliche di Francesco

Le Lettere che scrivono i papi sono di quattro tipi: encicliche, Lettere apostoliche, Lettere pubbliche, corrispondenza privata. La corrispondenza privata è enorme, in risposta a centinaia (in certi periodi oltre il migliaio quotidiano) di lettere di persone di ogni ceto, età, professione, religione che giungono in Vaticano indirizzate a “Papa Francesco, Casa Santa Marta”. Soltanto una parte minore della corrispondenza papale viene evasa personalmente, la quantità più corposa è affidata a collaboratori di un apposito ufficio corrispondenza. Di lettere ufficiali di Francesco inerenti al governo e quindi pubbliche, se ne contano finora circa 290; un centinaio sono le Lettere apostoliche. Le più solenni e importanti chiamate encicliche, ne sono tre: sulla fede, l’ecologia, la fraternità.

Papa Francesco e il popolo ucraino

Tra le più toccanti e significative lettere pubbliche c’è quella al Popolo Ucraino, resa nota nel bel mezzo dell’ennesimo discutere della stampa internazionale sul possibile ruolo di mediazione vaticana per la pace tra Russia e Ucraina. Prima della diplomazia che vive di una propria lentezza, al papa sta a cuore la gente alla quale di continuo comunica la sua vicinanza e il suo affetto.  Tutto con 905 parole e poco più di 5 mila caratteri. “Sulla vostra terra – si legge in apertura – da nove mesi, si è scatenata l’assurda follia della guerra. Nel vostro cielo rimbombano senza sosta il fragore sinistro delle esplosioni e il suono inquietante delle sirene. Le vostre città sono martellate dalle bombe mentre piogge di missili provocano morte, distruzione e dolore, fame, sete e freddo. Nelle vostre strade tanti sono dovuti fuggire, lasciando case e affetti. Accanto ai vostri grandi fiumi scorrono ogni giorno fiumi di sangue e di lacrime. Io vorrei unire le mie lacrime alle vostre e dirvi che non c’è giorno in cui non vi sia vicino e non vi porti nel mio cuore e nella mia preghiera. Il vostro dolore è il mio dolore. Nella croce di Gesù oggi vedo voi, voi che soffrite il terrore scatenato da questa aggressione. Sì, la croce che ha torturato il Signore rivive nelle torture rinvenute sui cadaveri, nelle fosse comuni scoperte in varie città, in quelle e in tante altre immagini cruente che ci sono entrate nell’anima, che fanno levare un grido: perché? Come possono degli uomini trattare così altri uomini?”.

Il dramma della guerra

La Lettera insiste sul dramma umano del conflitto. “Nella mia mente – confida Francesco – ritornano molte storie tragiche di cui vengo a conoscenza. Anzitutto quelle dei piccoli: quanti bambini uccisi, feriti o rimasti orfani, strappati alle loro madri! Piango con voi per ogni piccolo che, a causa di questa guerra, ha perso la vita, come Kira a Odessa, come Lisa a Vinnytsia, e come centinaia di altri bimbi: in ciascuno di loro è sconfitta l’umanità intera. Ora essi sono nel grembo di Dio, vedono i vostri affanni e pregano perché abbiano fine. Ma come non provare angoscia per loro e per quanti, piccoli e grandi, sono stati deportati? È incalcolabile il dolore delle madri ucraine. Penso poi a voi, giovani, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro; penso a voi, mogli, che avete perso i vostri mariti e mordendo le labbra continuate nel silenzio, con dignità e determinazione, a fare ogni sacrificio per i vostri figli; a voi, adulti, che cercate in ogni modo di proteggere i vostri cari; a voi, anziani, che invece di trascorrere un sereno tramonto siete stati gettati nella tenebrosa notte della guerra; a voi, donne che avete subito violenze e portate grandi pesi nel cuore; a tutti voi, feriti nell’anima e nel corpo. Vi penso e vi sono vicino con affetto e con ammirazione per come affrontate prove così dure…”. Non grandi strategie, ma parole di consolazione che fanno sentire le vittime dell’aggressione ancora persone e non semplice carne da macello, anonimi senza dignità e valore.