Mogol: “Quella lettera d’addio che mandai a Battisti in ospedale”
Giulio Rapetti, in arte Mogol

In questa intervista, realizzata dal magazine Postenews, l’autore Mogol racconta il suo legame con la corrispondenza e i suo i ricordi legati alle lettere e alla posta.

Lui ha scritto la storia della musica italiana, come autore dei successi che hanno segnato un’epoca e che sono passati di generazione in generazione. Ma il testo a cui è maggiormente affezionato è stato scritto 100 anni fa da suo nonno, che non ha mai conosciuto. Mogol, oggi presidente della Siae (Società italiana degli autori ed editori) ma conosciuto soprattutto per il lungo e fortunato sodalizio artistico con Lucio Battisti, rivela la sua passione per le lettere di una volta, che tuttora preferisce alle mail e ai messaggi.

Mogol, negli ultimi anni ha realizzato lo spettacolo “Emozioni. Viaggio tra le canzoni di Mogol e Battisti”. Che seguito ha avuto lo spettacolo, prima del Covid, e che tipo di pubblico attira?

“Ovunque siamo andati, abbiamo trovato migliaia di persone entusiaste e di tutte le età, che cantano tutte le canzoni. L’interpretazione dei brani è affidata al bravissimo Gianmarco Carroccia che, oltre a essere il sosia di Lucio, ha capacità molto particolari ed è accompagnato da un’orchestra di sedici elementi”.

Lei come si trova sul palco nella veste di narratore?

“Per me è una cosa naturale. Faccio quello che ho sempre fatto nella vita: raccontare cosa si nasconde dietro a una canzone”.

Come nascevano le canzoni che scriveva per Battisti. C’era uno scambio epistolare?

“No, c’era sempre un incontro, volevo la presenza. Lui suonava la chitarra e io scrivevo”.

Nel libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro “Il mio amico Lucio Battisti”, lei racconta di una lettera che scrisse a Battisti, nelle ultime ore della sua vita, mentre si trovava in ospedale. È vero che per anni le è rimasto il dubbio che lui la avesse ricevuta?

“Affidai la lettera a un medico, che conosceva un’infermiera che lavorava in quell’ospedale. Avevo scritto ‘Caro Lucio, spero che la stampa esageri, comunque questo è il mio numero, se hai bisogno io ci sono’. Soltanto dieci anni dopo venni a sapere da un’amica giornalista che quella lettera era stata consegnata da un medico a Lucio e che lui la lesse e si commosse”.

Nel privato, invece, che rapporto aveva con le lettere e che rapporto ha con queste oggi che le mail e whatsapp hanno di fatto cannibalizzato la corrispondenza tradizionale?

“Personalmente, preferisco la lettera alle e-mail. Mi trovo meglio, più a mio agio, forse proprio perché sono nato con le lettere tradizionali. Quando devo scrivere a qualcuno spesso uso carta e penna. Appartengo a un altro mondo e credo che la tecnologia in parte non stia facendo del bene alla cultura”.

Qual è la lettera a cui è più affezionato?

“È una lettera di circa 100 anni fa, scritta da mio nonno che morì a 32 anni in Francia, dove lavorava come geometra. Era indirizzata a mia madre, che all’epoca aveva cinque anni. Era una lettera così nobile e pura di sentimenti che mi è rimasta dentro per tutta la vita”.

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